Lingua e scrittura di Hatra

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Stele dell’aquila, Porta urbica Nord

La lingua di Hatra riflette una variante dell’aramaico orientale che, all’inizio dell’era cristiana, era scritto nel territorio corrispondente a quello storico dell’Assiria.

L’aramaico è la lingua degli Aramei, una popolazione semitica originaria della Siria centrale e settentrionale che s’insediò anche in Mesopotamia a partire dal I millennio a.C. L’aramaico ha conosciuto un grande sviluppo durante il I millennio a.C. e, in epoca persiana (V – IV sec. a.C.), esso divenne la lingua ufficiale dell’impero achemenide. Anche dopo la conquista dell’Oriente da parte di Alessandro il Grande e la successiva dominazione seleucide (IV – III sec. a.C.) l’aramaico non ha cessato di esistere. Ne troviamo testimonianza presso alcuni grandi centri come Palmira in Siria, Petra in Giordania e Hatra in Iraq, in cui si svilupparono delle vere e proprie scuole di scrittura che diedero origine, rispettivamente, al palmireno, al nabateo e allo hatreno. Queste manifestazioni tarde della lingua aramaica hanno permesso di identificare una variante occidentale (palmireno e nabateo) ed una orientale (hatreno).

La scrittura di Hatra, sinistrorsa come la maggior parte di quelle semitiche, comprende ventidue lettere.

I primi tentativi di decifrazione dello hatreno furono operati dall’archeologo tedesco Walter Andrae all’inizio del XX secolo, a cui fecero seguito, negli anni Cinquanta, una serie di pubblicazioni da parte di specialisti iracheni (Fuad. Safar) e poi francesi (A. Caquot), i quali diffusero la conoscenza delle iscrizioni di Hatra.

Attualmente si contano circa cinquecento testi in grafia hatrena rinvenuti sul sito, ai quali ne vanno aggiunti altri provenienti da regioni limitrofe. Soltanto una piccola parte dei testi hatreni reca una data, che è calcolata secondo l’era seleucide (312/311 a.C.). L’iscrizione hatrena più antica datata con sicurezza risale al 98 d.C. e la più recente al 238 d.C. La maggior parte dei testi è datata al II sec. d.C., il periodo di maggior prosperità di questo grande centro della Mesopotamia settentrionale.

Il loro contenuto è prevalentemente a carattere commemorativo (“Sia ricordato…in bene ed in bellezza”): si tratta, in effetti, di brevi iscrizioni incise, graffite o dipinte, al fine di perennizzare il nome o l’operato di una persona. Esse sono state trovate in ambienti prevalentemente sacri (temenos, templi privati), ma anche profani (case) all’interno del sito.

Vanno in ogni modo ricordate alcune iscrizioni hatrene più complesse ed elaborate dal punto di vista del contenuto, in particolare quelle relative alla legislazione hatrena trovate presso le porte nord ed est della città, come anche un numero limitato di maledizioni contro i profanatori dei templi.

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Iscrizione su lastra di calcare, ritrovata all’interno del complesso dei Grandi Iwan. Si pensa che fosse incrostata di piombo e che fosse posta sulla facciata del grande tempio, dove si trovavano lastre  aventi stessa grandezza e forma

Foto iscrizione e sua traduzione:

“Io, Gdy, figlio di

Gdy figlio di ‘bygd figlio di Kbyrw

della tribù dei Rapshamash, ho aiutato

il gran dio Shamash, benefattore,

nella casa della gioia superiore

dell’Esagil [il tempio di Marduk, dio di Babilonia] del grande tempio che ha costruito

il figlio dei nostri due Signori [Barmarayn] per Shamash, suo padre, per

la mia vita e per la vita di tutti coloro che mi sono cari.”